Istanza di estinzione del reato

Istanza di estinzione del reato

ESTINZIONE DEL REATO A SEGUITO DI SENTENZA DI PATTEGGIAMENTO

Uno dei procedimenti speciali previsti nel nostro codice di procedura penale è il cosiddetto “patteggiamento”, disciplinato dagli artt. 444 e ss. c.p.p. A fronte di una specifica richiesta avanzata da una delle parti, il Giudice valuterà la sussistenza di alcuni requisiti (fondamentale è che vi sia il consenso della parte che non ha avanzato tale richiesta) e pronuncerà sentenza di patteggiamento, condannando l’imputato ad una pena concordata fra le parti diminuita fino ad un terzo.

Questo, però, non è l’unico vantaggio conseguente alla pronuncia di tale sentenza.

L’art. 445 co.1 c.p.p. disciplina, infatti, l’estinzione del reato a seguito di sentenza di patteggiamento qualora sia stata irrogata una pena detentiva non superiore a due anni soli o congiunti a pena pecuniaria, “se nel termine di cinque anni, quando la sentenza concerne un delitto, ovvero di due anni, quando la sentenza concerne una contravvenzione, l’imputato non commette un delitto ovvero una contravvenzione della stessa indole.”

Si evidenzia che la medesima disposizione è prevista al co. 5 dell’art. 460 c.p.p. in tema di procedimento per decreto: ciò significa che, anche a seguito di emissione di decreto penale di condanna, l’interessato potrà chiedere che venga accertata e pronunciata l’estinzione del reato se nel termine di cinque anni (se il decreto concerne un delitto) o di due anni (se il decreto concerne una contravvenzione) non è stato commesso un delitto/contravvenzione della stessa indole.

L’estinzione, tuttavia, non avviene in automatico, con il semplice decorso del tempo, ma consegue ad una pronuncia del Giudice dell’esecuzione competente, su specifica istanza dell’interessato, con la quale verrà dichiarata l’avvenuta estinzione e verrà disposto l’inserimento dell’annotazione di “reato estinto” nel casellario, in calce all’iscrizione relativa alla sentenza di patteggiamento.

È importante sottolineare come il Giudice non debba accertare che l’interessato, successivamente alla condanna, abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta (come accade invece in caso di istanza di riabilitazione del condannato), ma debba solamente constatare che non sia stato commesso un delitto o una contravvenzione della stessa indole nei termini previsti.

La riabilitazione, infatti, deve essere chiesta al Tribunale di Sorveglianza decorsi almeno tre anni dal giorno in cui la pena principale sia stata eseguita o si sia in altro modo estinta, dando prove effettive e costanti di buona condotta e di aver adempiuto alle obbligazioni civili derivanti dal reato (es. risarcimento del danno, pagamento delle spese processuali..), salvo che dimostri di trovarsi nell’impossibilità di adempierle. Ai fini dell’istanza di riabilitazione non è, pertanto, sufficiente dare prova di non aver commesso altri reati o di non avere altre pendenze.

La riabilitazione, al pari dell’estinzione del reato ex art. 445 co.1 c.p.p., estingue anche ogni effetto penale: vengono meno, cioè, l’impossibilità di usufruire della sospensione condizionale della pena, l’impossibilità a partecipare a concorsi, le pene accessorie etc.

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