5 azioni concrete per ritrovare il Benessere
10 Ago 2020
di Rossana Andreotti e Arianna Pregagnoli
Nel loro articolo “Prendersi cura di chi si prende cura” (che potete leggere qui) – le Professional Counselor e Coach Rossana Andreotti e Arianna Pregagnoli – ci hanno parlato delle difficoltà e dello stress che incontrano i caregiver, di come si facciano carico di responsabilità e di grandi fatiche fisiche e psicologiche e di come il coaching e il caunseling possano essere importanti risorse di sostegno.
Per questa ragione abbiamo chiesto loro quali potrebbero essere delle azioni concrete per aiutare il caregiver ad affrontare lo stress e migliorare la propria qualità di vita.
Ecco 5 consigli delle nostre esperte:
1. Sviluppare la propria autoconsapevolezza e darsi valore.
Oltre agli aiuti pratici (supporto legale, organizzativo, medico) c’è molto da fare anche a livello di consapevolezza individuale, perché spesso è proprio il caregiver a non darsi il permesso di migliorare la situazione in cui si trova, a rifiutarsi di chiedere aiuto e di concedersi momenti di relax rigeneranti.
Ripartire da sé e ammettere di avere diritto a soddisfare i propri bisogni è un primo, piccolo passo verso il cambiamento.
2. Imparare a leggere i segnali che ci manda il corpo
Siamo organismi perfetti, con “salvavita” interni molto sofisticati che ci permettono di fermarci e intraprendere nuove strade prima che sia troppo tardi e il nostro malessere si ripercuota anche sui nostri cari.
Stress cronico e esaurimento emotivo, perdita di gioia nella vita, identificazione con il malato e con le sue sofferenze, calo di energie, voglia di ritirarsi dalla vita, sono tutti segnali che non vanno sottovalutati, ma compresi e guardati con attenzione.
Se li osserviamo meglio, infatti, scopriremo che sono collegati ad alcune emozioni: tristezza, rabbia, sentimento di ingiustizia, risentimento e rancore nei confronti della situazione, del sistema, insieme al senso di colpa, anche solo “per averle provate”.
Il corpo non mente ed è il nostro miglior alleato: combatterlo o stremarlo fa male a noi e a chi ci sta vicino. La strada migliore è cambiare prospettiva: ascoltarlo e dare il giusto peso alle sue espressioni, per allenare la consapevolezza e ritrovare il contatto con sé stessi.
3. Chiedere aiuto per vedere nuove prospettive possibili
Essere dentro una situazione scandita da ritmi che non appartengono a noi ma al malato, induce a avere degli automatismi, a fare le cose meccanicamente. Una forma di autoprotezione, di “pilota automatico” che non permette però di valutare le situazioni nel qui-e-ora e trovare magari soluzioni alternative, meno faticose e più rispettose anche dei tempi del caregiver.
Per fronteggiare temi così complessi, a volte bisogna cambiare gli occhiali per guardare la realtà. Essere comprensivi nei confronti delle proprie fragilità, dedicarsi del tempo per fare spazio a nuove possibilità, chiedere aiuto per sentirsi sostenuti e affiancati nel rafforzare competenze e abilità.
4. Prendersi cura di sé aiuta a curare meglio il malato
Non esiste solo il diritto del malato, ma anche quello di chi presta le cure. Prendere del tempo di qualità per sé aiuta a occuparsi con più empatia e motivazione del malato.
Ritrovarsi come persone, sentirsi ascoltati e compresi, scoprire che è possibile darsi nuovi permessi, aiuta a individuare spiragli di speranza anche in una situazione oggettivamente difficoltosa come quella del caregiver. Inoltre, può contribuire a sciogliere le tensioni e a dare un senso più profondo al suo operato. Infatti, la maggiore soddisfazione di chi presta aiuto si trasmette, come in uno specchio, anche all’anziano non autosufficiente, generando un circolo virtuoso di benessere condiviso.
5. L’aiuto ci può essere, basta chiedere
È paradossale che spesso chi dà aiuto agli altri, non sappia chiederne per sé. Arrivare ad ammetterlo (e a darsi il permesso di farlo) offre vantaggi evidenti.
Con l’aiuto di un professionista del benessere (coach, counselor, psicologo o psicoterapeuta) si può ad esempio imparare a valutare quando, quanto e in che modo chiedere per avere un supporto. Si può lavorare sull’autostima per migliorare la cura di sé, le relazioni con gli altri, il rapporto con la persona malata. Si possono delineare dei confini e cominciare a progettare in modo strategico (problem solving). Si può scoprire di avere competenze insospettate per fronteggiare questa o altre difficoltà della vita.
Si può accogliere e dare un nome alle emozioni e poi ragionare e prendere le decisioni con tutte le competenze dello Stato Adulto.
Con la consapevolezza che non esiste una ricetta pronta, ma ogni persona è unica e ha dentro di sé le risorse per cambiare. Basta farsi affiancare da chi ha una visione esterna, accogliente e professionale, che può aiutare a riscoprire queste risorse e rafforzarle.
Vuoi saperne di più?
Contatta le Professional Counselor e Coach Arianna Pregagnoli e Rossana Andreotti per avere maggiori informazioni >>> visita il loro sito! o scrivi alla mail: clorofillacounseling@gmail.com

