Codice rosso e revenge porn

Codice rosso e revenge porn

01 Feb 2024
avv. Ilaria Fenaroli

– Cosa è la legge c.d. Codice Rosso?

La legge 19 luglio 2019 n. 69, conosciuta dai media come “Codice Rosso” contiene norme di contrasto alla violenza di genere. È una legge molto ampia, su cui sono intervenute negli anni varie modifiche, alcune delle quali molto recenti. Il contenuto è piuttosto ampio e comprende diversi interventi sia sul codice di procedura penale che sul codice penale, tutti finalizzati a rendere più agevole ed efficace la tutela dalla c.d. violenza di genere. Scopo della novella è il potenziamento degli strumenti di contrasto alla violenza domestica e di genere (es. velocizzazione indagini e processi in materia).

La legge 19 luglio 2019, n. 69, ha il pregio di avere acceso il riflettore sulla tematica della violenza domestica e di genere, indirizzando alla cittadinanza il messaggio positivo della presenza e vicinanza delle istituzioni.

Essa presenta, tuttavia, macroscopiche carenze, considerazione che ha indotto più di qualche commentatore a considerarla come una occasione mancata per il legislatore. La principale critica mossa al Codice Rosso attiene alla logica emergenziale sottesa alla novella, logica che, se certamente rende in termini di comunicazione mediatica, appare meno efficace sul piano delle soluzioni proposte. Più in generale, a prescindere dalla condivisibilità e attuabilità delle soluzioni stesse, la riforma si incentra in termini esclusivi sulla repressione del fenomeno della violenza domestica e di genere, dimenticando la matrice culturale del fenomeno e la conseguente necessità di intervenire a livello preventivo.

 

– Nello specifico: art. 612 ter c.p.: il revenge porn

– Come è strutturato.

– Cosa stabilisce ciascun comma.

– Quali sono i margini di miglioramento?

Il controverso neologismo riguarda fenomeni di divulgazione non consensuale di materiale pornografico, con finalità vendicative nei confronti di ex partners. La legge 19 luglio 2019 n. 69, conosciuta dai media come “Codice Rosso” contiene norme di contrasto alla violenza di genere. Essa introduce nel codice penale l’articolo 612 ter rubricato “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”.  L’articolo così dispone: Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro.
La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.
La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procederà tuttavia d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.”

L’articolo delinea due diverse fattispecie con il medesimo trattamento sanzionatorio.

La differenza tra le due riguarda il modo in cui l’agente è entrato in possesso delle immagini che poi sono state divulgate. Il primo comma prevede che l’agente abbia contribuito alla realizzazione delle immagini o le abbia sottratte, il secondo invece prevede la ricezione delle immagini in qualsiasi modo. In questa seconda ipotesi è richiesto il dolo specifico per la realizzazione della fattispecie. Il terzo comma, poi, introduce delle aggravanti.

Ci sono, tuttavia, due elementi di criticità della norma. Innanzitutto la necessità del dolo specifico per integrare la fattispecie al secondo comma per i c.d. secondi distributori finisce per limitare l’efficacia della norma. Come alcuni studi angloamericani[1] hanno dimostrato, la diffusione delle immagini potrebbe avere una finalità diversa da quella vendicativa. Una simile previsione normativa dunque rischia di limitare, sul piano applicativo, il contrasto a questi reati, accorpando di fatto sotto un unico cappello una pluralità di fenomeni. In secondo luogo ci sono criticità anche riguardo al trattamento sanzionatorio. Difatti le pene sembrano essere state ispirate da quelle dell’articolo precedente (atti persecutori), senza considerare le ampie differenze tra le due fattispecie.

Le circostanze aggravanti

Innanzitutto l’aggravante legata all’utilizzo di “strumenti informatici o telematici” sembra non avere un reale significato, dal momento che la carica offensiva della condotta è legata proprio alla diffusione, potenzialmente virale, tramite il web. Inoltre si prevede un aumento di pena se l’agente è un soggetto con cui la vittima ha intrattenuto una relazione sentimentale e, quasi sempre, a porre in essere condotte vendicative di questo genere, è l’ex partner. Di fatto quindi le due aggravanti in esame sarebbero applicabili praticamente ogni volta. Un’altra aggravante prevista dall’articolo si verifica se le condotte sono realizzate a danno di una donna in gravidanza: non è chiaro se lo stato debba essere considerato al momento della realizzazione delle immagini o al momento della diffusione. Si considera più sensata la seconda ipotesi, dato lo stress che potrebbe essere causato dalla condotta. In questo caso, tuttavia, l’aggravante potrebbe verificarsi senza che l’agente ne sia a conoscenza, qualora la condotta “vendicativa” sia posta in essere a distanza di tempo. La circostanza in esame sembra essere un refuso derivante dal legame, considerato dal legislatore, con l’articolo riguardante gli atti persecutori. Infine ci sono riserve anche sull’assenza di un aggravante operante nel caso in cui ad essere raffigurato nelle immagini sia un minore, la categoria più a rischio e che esige la maggiore tutela. Probabilmente il legislatore ha considerato sufficiente l’articolo 600 ter, comma tre c.p., che riguarda la pedopornografia. La Cassazione[2] tuttavia ha escluso l’operatività della fattispecie nel caso di immagini autoprodotte. A prescindere da ciò, inoltre, non opera la clausola di sussidiarietà prevista dall’articolo 612 ter c.p., dal momento che l’articolo 600 ter c.p. prevede una pena inferiore[3].

 

Qualche critica alla norma…

Si ritiene dunque che alla base dell’introduzione legislativa ci sia un mancato approfondimento empirico del fenomeno criminologico alla base delle condotte penalizzate. Si mette in luce a questo proposito come la vicenda parlamentare sia stata enormemente influenzata dai media e dall’opinione pubblica. Prima di questo grande interesse mediatico la Commissione Giustizia del Senato aveva in corso tre lavori di proposte di legge in argomento che prevedevano un ventaglio di soluzioni molto più ampio rispetto alla semplice previsione di una fattispecie di reato.

Ancora una volta siamo innanzi ad un intervento del legislatore promosso sulla scia dell’attenzione pubblica, anche se, con solo un po’ di pazienza in più, si sarebbe potuto promuovere un provvedimento più ragionato e strutturato, fondato su una maggior conoscenza del fenomeno[4].

Per saperne di più

 


[1] Nel Regno Unito e in molti stati degli Stati Uniti infatti da tempo sono in vigore norme penali di contrasto al fenomeno, dunque sono stati possibili più studi in materia.

[2] Sentenza Cassazione Penale, sez. III, 21 marzo 2016. La Corte infatti sostiene che “la punibilità della cessione è subordinata alla circostanza che il materiale pornografico sia stato realizzato da terzi, utilizzando minori, senza che dunque le due figure possano coincidere”.

[3] La pena prevista infatti è la reclusione da uno a cinque anni.

[4] G. M. CALETTI, “Revenge porn”. Prime considerazioni in vista dell’introduzione dell’art. 612 ter c.p.: una fattispecie “esemplare”, ma davvero efficace? in Diritto Penale Contemporaneo, 29 aprile 2019.